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jalal raouf     جه لال ره ووف -

Category(s):
- Painting.Painters.


jalal raouf
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Biography
Jalal Raouf nasce a Sulaimanya, nel Kurdistan iracheno, nel 1957. Dopo essersi diplomato all’Istituto delle Belle Arti di Bagdad, si reca in Italia per proseguire gli studi, prima all’Accademia delle Belle Arti di Perugia (1979) e poi a quella di Firenze, dove consegue il diploma nel 1984. Dopo un lungo soggiorno in Francia ottiene la cittadinanza francese. Dal 1998 vive e lavora tra Francia, Italia e Ticino, a Cadenazzo. Il suo dipingere si indirizza alla cerchia dei sentimenti e al rapporto tra l’uomo e la natura.
La sua pittura è fatta in primo luogo di cose grandi e piccole, appartenenti ad un passato situato remotamente nel tempo e nello spazio. La figura, quella umana, sovente astratta, è piuttosto casuale. Costanti e indovinati riferimenti letterari sia alla letteratura orientale, sia a quella occidentale, sono il substrato intellettuale della ricca e interessante personalità pittorica di Jalal Raouf.
Raouf ha tradotto in kurdo diversi romanzi di Antonio Tabucchi, il quale in occasioni di mostre ha presentato con parole lusinghiere il suo amico pittore “nomade”.
Email: jalalraouf AT libero.it
Website: www.jalalartstudio.com
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Geografie

Parafrasando un‘affermazione di Octavio Paz secondo la quale i poeti non hanno biografia, ma la loro opera è la loro biografia, si potrebbe dire che i pittori non hanno geografia e che i loro quadri sono la loro geografia.
Alla geografia del suo Kurdistan natale, Jalal Raouf è andato via via aggiungendo, nei vagabondaggi intrapresi per essere uomo libero, le geografie dei paesi dove ha vissuto, studiato, conosciuto persone e culture.
Cosi come ad altri pittori “nomadi” del nostro secolo avvenne di addensare altri paesaggi e altre atmosfere sul substrato della loro geografia d'origine, pur senza mai rinunciare ad essa (per De Pisis i colori vitali dell’impressionismo francese sull'irrimediabile vocazione decadente della sua Venezia; per Nicolas de Stäel gli azzurri delle marine di Antibes sulla malinconia della sua nebbiosa Pietroburgo; per Picasso la sensualità di fauni e ninfe danzanti nei meriggi della Costa Azzurra sulla tragicità della sua Spagna brulla), Jalal ha raccolto nel suo bagaglio di pittore suggestioni ed esperienze di altrovi che rielaborati dal suo sguardo e restituiti sulla tela appaiono nuovi anche a noi, luoghi dove possa ricominciare l'avventura dell'arte nella sempre uguale e sempre diversa macchina del mondo.
Qui è il mito greco che viene riproposto: mito che allude ai misteri eleusini delfici, o più in generale a quell'età magica quando si dice che gli uomini fosse dato il privilegio di misurare con i calcoli di Pitagora l'oscura alchimia dell'universo.
Ma quell'equilibrio perfetto simbolizzato dall'omphalos, l'ombelico del mondo, e cioè dall'enorme pietra che per volere di Zeus un'aquila proveniente da Oriente e un'aquila proveniente da Occidente lasciarono cadere a Delfi (luogo sacro perché in esso i confini si fondono e si dileguano) è stato irrimediabilmente perduto col passaggio dal mito alla Storia, di cui più che inesistenti armonie gli artisti colgono sismi e fratture.
E nella modernità, quale lettura di un mito stravolto, sono eloquenti i versi di Baudelaire che piangono un essere celeste caduto in uno stige limaccioso.
Credo che in questa inquieta lettura si iscriva il sismografo pittorico di Jalal Raouf, la cui geografia interiore registra l'equilibrio fratto degli uomini: crepe, distanze, lontananze, confini che non dipendono più pitagoricamente dalle leggi delle sfere o dagl'animi delle genti, ma dai simboli convenzionali delle mappe geografiche, e che egli cerca di far dileguare con la pittura: azzurri e altri colori che evocano illusioni, nostalgie, desideri, forse infanzie.
La geografia interiore dell'arte, che sa accogliere la bellezza del mondo per aumentarla, e la sua sofferenza per diminuirla.

ANTONIO TABUCCHI
Azeitão, giugno 1999
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